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25.11.05
Le narratrici? Al lavoro! Una lettera aperta a Giulio Mozzi (con un accenno ai «Monologhi della Varechina»)
di Silvana Rigobon, aka la Massaia di Avesa
[Dove, in 7000 battute, in modo garbato e senza polemiche, e in risposta al tuo intervento «I narratori? Al lavoro!», si fa notare che in Italia anche le donne lavorano – o non lavorano –, e che esistono narratrici italiane che hanno scritto, e scrivono, sull’argomento. Non una critica ma una proposta costruttiva, con un autoinvito e la presentazione, in anteprima, del progetto dei «Monologhi della Varechina: la Femme_Zine», il cui primo numero uscirà nei primi mesi del 2006, e che avrà per argomento, per l’appunto, «Il lavoro in bianco e nero»]
Caro Giulio Mozzi.
In Italia le donne non lavorano. E se lo fanno, non lo sanno raccontare.
E’ quello che penserebbe chiunque, nel leggere il programma del convegno che hai presentato su Vibrisse, il bollettino letterario on line, qualche giorno fa: convegno del quale sei responsabile, per scelta di contenuti e relatori.
Sabato 26 Novembre, alle 16.00, al Caffè Pedrocchi di Padova, a «Raccontare il lavoro », interverranno gli scrittori Andrea Bajani, Luisito Bianchi, Romolo Bugaro, Giorgio Falco, Massimo Lolli. Tutti scrittori eccellenti, senza ombra di dubbio. Tutti scrittori con ottime credenziali. E tutti scrittori uomini. Compreso te, che per l’occasione modererai la tavola rotonda.
Per l’articolo in cui presenti il convegno, in Vibrisse (intitolato, molto significativamente «I Narratori? Al lavoro!»), hai scelto una foto di Charlie Chaplin, operaio in una catena di montaggio nel film «Tempi Moderni», del 1936: un titolo, un programma.
E’ per questo che ho voluto intitolare questa lettera, «Le Narratrici? Al lavoro!». Anch’io ho scelto un’immagine degli anni trenta: è tratta da un poster del 1934 di Aleksei Sitaro. Si intitola «K zazhitochnoi kul'turnoi zhizni» che tradotto dal russo pare significhi «Verso una vita culturale prospera»: cinque donne che sembrano marciare verso il futuro, sotto l’egida di una frase programmatica, che già all’epoca deve essere sembrata di buon auspicio. E ne hanno fatta, di strada, quelle donne! Quanta strada dobbiamo fare, ancora, noi donne, in Italia, perchè ci sia riconosciuto un ruolo attivo nella costruzione di una “vita culturale prospera"?
Ma sia chiaro: questa mia critica non è fine a se stessa. Al contrario: vuol essere costruttiva.
Ti faccio quindi una proposta: quella di bilanciare il tavolo dei relatori del convegno di sabato con almeno una presenza femminile. Mi offro come volontaria, in qualità di lettrice. Propongo di partecipare al convegno per leggere alcuni brani tratti da libri che ho letto negli ultimi mesi, di varie scrittrici italiane, che parlano di lavoro al femminile, in Italia.
Perchè il tema del lavoro, in Italia, è spinoso. Ma lo è ancora di più per una donna, che oltre a doversi confrontare con il precariato, con le beffe dei concorsi pubblici (Valeria Parrella, «Mosca più balena», Minimum Fax), deve lottare anche quando arriva ai bottoni del potere, per conciliare i tempi del pubblico con quelli del privato (Clara Sereni, «Passami il sale», Rizzoli), perchè a casa, una donna, non ha una moglie che lavi, stiri, prepari pranzo e cena e riordini i suoi appunti. Le donne, in Italia, lavorano il doppio degli uomini, perchè dopo una giornata di lavoro, devono occuparsi di casa e figli. Tutte massaie, le italiane: full time o part time. E c’è chi sa raccontarlo con ironia, come Lia Celi («Le donne al tempo della spesa», Giunti). C’è chi ha scritto del lavoro femminile per eccellenza, l’insegnamento, e della follia di un sistema scolastico che sta andando a rotoli (Paola Mastrocola, «La storia raccontata al mio cane», Guanda). E che dire delle immigrate? Vivono e lavorano in Italia pure loro. Ce ne sono, di scrittrici italiane che raccontano le loro storie: lo fa Marilia Mazzeo, in un racconto pubblicato su «Italiane 2004» (Tartaruga Edizioni). C’è anche chi racconta di donne che lavorano al margine, ai limiti della legalità, fra prostituzione e spaccio di droga: lo fa Grazia Verasani, senza scadere in moralismi («Tracce del tuo passaggio», Fernandel).
E la lista potrebbe andare avanti...
Questo convegno di Padova mi ha anche fatto stringere i tempi su un progetto al quale sto lavorando da mesi. Si tratta di una nuova rivista on line: «I Monologhi della Varechina: la Femme_Zine», che raccoglierà interventi di narratrici italiane. Il primo numero, previsto per gennaio o febbraio 2006, sarà una monografia sul «lavoro in bianco e nero» (inteso come cinema d'autore. Quindi: il lavoro sommerso, gli extracomunitari, il precariato, il lavoro di strada, la disoccupazione, lo sfruttamento, le disparità uomo donna, il pubblico e il privato, le casalinghe, la flessibilità, la net economy, o molto semplicemente, il piacere di lavorare, le soddisfazioni del lavoro. Non solo cose tristi e deprimenti..).
Perchè «I Monologhi della Varechina»? Giocando sul celeberrimo titolo del libro di Eva Ensler, credo che il termine “Monologo" sia il più rappresentativo per la comunicazione al femminile (e non per scelta delle donne). La varechina rappresenta qualcosa di caustico, che arriva anche negli angoli più difficili.
Ho invitato alcune donne a scrivere di argomenti a tema. Ho coinvolto scrittrici, giornaliste e bloggers, con l’ obiettivo di creare una vetrina per la scrittura al femminile, in Italia.
Hanno accettato di partecipare al primo numero le scrittrici Laura Pugno, Antonella Cilento, Grazia Verasani, Clara Sereni, Lia Celi (anche giornalista e blogger); le giornaliste Stefania Scateni (responsabile pagine culturali dell’Unità), Daniela Amenta (giornalista del Giornale di Sardegna e blogger), Loredana Lipperini (giornalista di Repubblica e blogger), Antonella Cicogna (giornalista free lance, collabora fra gli altri, con Sport Week e La Gazzetta dello Sport). E le bloggers Babsi Jones, Manuela Ardingo, Alice Avallone, Nadia Zorzin, Alessandra Fagnani, Chiara Reali. Parteciperà anche la sottoscritta, blogger, nonchè ideatrice, curatrice e responsabile del progetto.
Perchè proprio queste persone, per iniziare? Per vari motivi. Per il loro attingere alla realtà, in modi diversi. Per la loro scrittura caustica (come la varechina), in alcuni casi. Per la loro ironia. Anche – ma non solo - per la loro generosità intellettuale (penso al lavoro insostituibile e impagabile di Loredana Lipperini e di Antonella Cilento, in rete). Per la leggerezza, la tenerezza, la magia, la concretezza, l’acume, la precisione, la scelta felice delle immagini, per il loro non accettare compromessi, o per i compromessi accettati, per il loro impegno nei confronti del lettore.
Insomma, scrittura di donne a 360°.
Mi auguro, caro Giulio, che tu condivida la mia prospettiva: è ora che in Italia si cominci a dare spazio anche alle narratrici.
Cordialmente,
Silvana Rigobon
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.11.05 09:45